La Terapia Focalizzata sulla Compassione (CFT) di Paul Gilbert

Contrastare e curare il disprezzo verso gli altri e verso se stessi

Rosario Capo, 2016 ©

Il problema dell’auto-disprezzo (come, specularmente, quello del dispregio rivolto agli altri), sia umiliante/svilente (il cosiddetto disprezzo freddo o deridente) che rabbioso (sdegno rimproverante, indirizzato a comunicare indegnità, generalmente conseguente a reali o presunte colpe di omissione o di commissione), costituisce un problemi frequentissimo in clinica, correlato a forme di psicopatologia particolarmente grave come, ad esempio, molti disturbi di personalità (tipicamente, ma non necessariamente, del cluster drammatico), ma non solo, nelle quali il problema della colpa e della vergogna è drammaticamente presente.

In questi quadri clinici (es.: fobia sociale e disturbo evitante, alcune forme di depressione cronica, narcisismo patologico, disturbo borderline, ecc.), infatti, le possibili e, non di rado, inevitabili esperienze di inadeguatezza, inferiorità e difettosità (constatazione di carenza di “poteri” reputati necessari) o di colpa (mancata protezione del bene altrui o violazione di norme morali e sociali, emanate ed attualizzate da autorità percepite come legittime e, dunque, poste a sorveglianza di principi etici di equità e giustizia), sono in grado di innescare emozioni dirompenti di auto-disprezzo (sentendosi “sporchi dentro” in quanto colpevoli o degli “scarti della società” perché non alla pari degli altri), connesse spesso, (1) a profondi sentimenti depressivi e ad impulsi auto-lesivi, (2) a marcati evitamenti (del possibile disvelamento di inadeguatezza o della eventualità di ritrovarsi accusati di qualche omissione o errore colposo) e/o (3) ad atteggiamenti iper-compensatori (es.: tentare di dimostrare a tutti i costi, a se stessi ed agli altri, di non essere inferiori ma, se possibile, superiori; cercare spasmodicamente di non trovarsi mai dalla parte del torto, attraverso un monitoraggio perfezionistico ed estremamente ansiogeno della propria performance, e/o attuare condotte di risarcimento o di auto-punizione, atte a salvaguardare o recuperare la propria dignità etica).

Il dispregio e l’odio di sé, che può conseguire alla percezione (propria e/o altrui) di colpe o inettitudini/inadeguatezze, soprattutto se questa è accompagnata da effettive (o presunte/immaginate/attese) risposte altrui di disprezzo freddo o rabbioso, può essere interpretata come una “risposta condizionata” (innescata e stabilizzata da particolari contingenze esperienziali, incontrate nel corso della propria storia di apprendimento) dalla quale non si è in grado di prendere le distanze in modo critico (anche perché, spesso esperita originariamente, in periodi precoci della propria vita) à si sono sposati/condivisi, dunque, i criteri dell’interlocutore, deridente o sprezzante in modo rabbioso, soprattutto quando reputato “autorevole”.

Tali esperienze di apprendimento, coerentemente, potrebbero indurre il soggetto ad attribuire (seppur in modo non inteso e non voluto) un elevato coefficiente di valore strumentale (CV) allo scopo (ossia ogni e qualunque condizione del sé e/o del mondo, dotata di valore attrattivo) di possedere poteri elevati (se non, preferibilmente, fuori dal comune à specialità) ed all'acquisizione di rango socialmente riconosciuto (ammirazione e deferenza), rispetto al conseguimento dell’orgoglio di (bisogno di base o pseudo-scopo terminale) e della percezione di amabilità ed accettabilità sociale.

Per converso, le suddette esperienze, sono in grado, pertanto, di sollecitare e stabilizzare una estrema avversività (catastroficità) della circostanza, anche solo eventuale, di potersi rivelare (soprattutto se “pubblicamente”) manchevole di poteri e, dunque, inadeguati ed inferiori (anti-goal sovrainvestito e dotato, di conseguenza, di elevato potere emotigeno).

Tale contingenza, dunque, sarà focalizzata dal soggetto agente con spiccata attenzione selettiva ed in modo iper-prudenziale (cercando e trovando in modo soverchio i presunti o effettivi segnali del suo possibile verificarsi à involontaria e paradossale iper-generalizzazione e dilatamento indebito della classe di equivalenza delle occasioni connotate come rischiose à riduzione disfunzionale della capacità discriminativa), al fine di tenerla sotto controllo e, possibilmente, di evitarla a tutti i costi à Evitamento Esperienziale sovrabbondante che ostacola ed inibisce la desensibilizzazione e la decatastrofizzazione.

Avere rango o non essere colpevoli, dunque, non costituiscono più, per certe persone, condizioni desiderate e legittimamente preferite, ma necessità assolute e conditio sine qua non (“O Roma o morte!”) à tali significati (Regole), dunque, implicano una profonda esasperazione dell’investimento su particolari scopi strumentali (es.: il rango riconosciuto e/o la specialità) e, conseguentemente, delle emozioni correlate in quanto “segnali di allarme” circa lo stato percepito, momento per momento, di tali scopi.

Ne consegue, dunque, che sul piano clinico si può ottenere un ridimensionamento più funzionale degli scopi strumentali sovra-investiti (non essere colpevole o non essere inferiore/inadeguato/difettato) e tenuti sotto controllo in modo soverchio e costoso per sé (emozioni esasperate; condotte difensive o di perseguimento sovrabbondanti; ideazione prevalente; attenzione selettiva sistematica) e/o per gli altri, solo nel caso in cui il soggetto divenga in grado di esperire certe condizioni inizialmente percepite come catastrofiche (inadeguatezza oppure colpa), accettandone l’eventualità ed acquisendo la capacità di fronteggiarle senza esserne annichilito (perdita della connotazione di invivibilità à in modo che non siano più delle necessità assolute ma delle legittime preferenze).

Tale condizione di accettabilità si verifica, dal nostro punto di vista, nel caso in cui:

  • il soggetto agente si esponga alla contingenza di rivelarsi inadeguato o colpevole, davanti ai propri ed agli altrui occhi, facendo l’esperienza che è del tutto possibile passare attraverso tale eventualità senza che tutto sia compromesso à ad esempio verificando che non tutte le persone esprimono disprezzo e rifiuto di fronte a manifestazioni altrui di colpa o inadeguatezza.
  • La persona, rimanendo esposta all’esperienza avversiva (disprezzo freddo o rabbioso) per un tempo congruo, ed ignorando i segnali di allarme (emozioni) che indurrebbero alla “fuga”, si desensibilizzi rispetto ad essa (perdita di potere emotigeno della contingenza avversiva) à ignorare una risposta emotiva con funzione di segnale e di impulso all’azione, infatti, ne incoraggia l’estinzione, come effetto della perdita, appunto, della sua funzione regolatoria del comportamento.
  • Il paziente diventi capace di prendere le distanze da eventuali (reali o immaginate) espressioni di disprezzo altrui di fronte a proprie colpe o inadeguatezze, non sposando i criteri dell’interlocutore sprezzante, ma realizzando, al contrario, risposte alternative (es.: la compassione, la solidarietà e la tenerezza come espressione dell’attivazione del SMI di Accudimento) rispetto a quelle condizionate (il disprezzo, appunto, in quanto manifestazione dell’impropria attivazione del SMI Agonistico) dalle esperienze precoci e disfunzionali di apprendimento.

La CFT, in conclusione, ha proprio lo scopo e la funzione di portare il paziente a costruire e stabilizzare tali risposte psicologicamente ed eticamente desiderabili, di amore e compassione appunto, di fronte ad eventuali manifestazioni, proprie ed altrui, di fragilità (colpa o inadeguatezza/inferiorità), in modo che tali condizioni diventino potenzialmente vivibili ed accettabili, seppur non preferite e desiderate.