Domande sulla personalità

È possibile valutare un disturbo di personalità (DP) e vi sono dei “campanelli di allarme” che possono favorire l’individuazione di un suo possibile sviluppo. Non è semplice però capire immediatamente se si tratta di un disturbo di personalità o di un altro disturbo psicologico/psichiatrico. Dato che i DP implicano una vasta gamma di sintomi come l’ansia, la depressione, il ritiro sociale, i pensieri ossessivi, ecc., spesso possono essere scambiati con le loro manifestazioni sintomatologiche di natura depressiva, ansiosa o disregolata. Ciò che può aiutare a contraddistinguerli da episodi acuti psicopatologici è la persistenza e la pervasività con cui si verificano, non riconducibile ad altre condizioni. La loro manifestazione si discosta molto da quanto atteso nel contesto culturale di riferimento. Inoltre, il comportamento, i pensieri e l’emotività nelle persone affette da disturbi di personalità sono caratterizzati da ridotta flessibilità adattiva in numerosi contesti sociali, personali e in diverse aree di funzionamento: individuale, familiare e lavorativa. La compromissione del funzionamento oltre ad essere presente in molte situazioni genera anche un disagio e una sofferenza, sia al soggetto che a chi gli sta accanto. Schneider, uno dei primi a cimentarsi sull’approfondimento della tematica definì chi soffre di disturbi di personalità come “coloro che soffrono, o fanno soffrire la società, a causa della loro anomalia”. Il disturbo solitamente insorge in adolescenza o al massimo nella prima età adulta e non è ricollegabile ad altri disturbi mentali come la schizofrenia o a effetti fisiologici di una sostanza o da un’ulteriore condizione medica generale come ad esempio un trauma cranico.

I “campanelli di allarme” possono essere dati dalla stabilità e dalla diffusione in numerosi contesti e relazioni di una serie di caratteristiche che compongono l’organizzazione della personalità.

Nello specifico possono essere: una visione di sé stessi e degli altri limitata, instabile e confusa; un’incapacità a mantenere delle relazioni intime, costanti e appaganti; un’intolleranza verso gli affetti percepiti in se e percepibili negli altri; una disregolazione degli impulsi e degli affetti che genera un disadattamento, un’insoddisfazione e il ricorso a difese e modalità di risoluzione delle proprie difficoltà che si rivelano inadeguate; una mancanza o ridotta sensibilità morale; un’incomprensione delle convenzioni sociali e delle regole che costituiscono la realtà; una difficoltà a gestire gli stress che la vita comporta e a elaborare lutti ed eventi dolorosi in maniera appropriata.

I dati evidenti che riconducono a un disturbo di personalità possono essere indagati reperendo informazioni da quanti conoscono bene il paziente (famigliari, amici, medico di base) poiché, essendo pervasive e persistenti, le difficoltà e i disagi manifestati dal soggetto dovrebbero essere presenti abitualmente e per un periodo di diversi anni. Inoltre, per la valutazione della personalità vengono somministrati dei test psicodiagnostici. Tra i più utilizzati troviamo il questionario MMPI-2 (Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2) e il MCMI-III (Millon Clinical Multiaxial Inventory-III), l’intervista strutturata SCID-2 (Structured Clinical Interview for DMS-IV Axix II Disorders) e la procedura self-report SWAP-200 (Shedler Westen Assessment Procedure -200). Questi strumenti, integrati a una specifica formazione del clinico, sono elementi importanti e funzionali per avviare una corretta valutazione, diagnosi e trattamento dei disturbi di personalità.

I disturbi di personalità costituiscono un gruppo molto eterogeneo. Sarebbe troppo riduzionistico definire una singola modalità relazionale di chi è affetto da disturbi di personalità. Nello specifico, i disturbi di personalità, classificati nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) redatto dall’American Psychiatric Association (APA), sono 10 e sono divisi in tre cluster: A, B e C. Come si può evincere i disturbi di personalità rappresentano un gruppo multiforme, strutturato da organizzazioni molto differenti tra loro per emotività espressa, livello ideativo prodotto e comportamento manifesto. In aggiunta, frequentemente, i pazienti mostrano una concomitanza di differenti disturbi di personalità. Infatti, è stata stimata una prevalenza di disturbi di personalità del cluster A di circa il 5.7%, del 1.5% dei disturbi di cluster B e del 6.0% dei disturbi di cluster C e di circa il 9.1% di altri disturbi di personalità. Ciò evidenzia come spesso i disturbi di personalità sono compresenti ed è meno frequente una forma cosiddetta prototipica di un singolo disturbo di personalità. Come si può ben comprendere ogni disturbo di personalità ha una propria modalità relazionale, spesso specifica dell’individualità della persona. Generalizzare su questa componente incorre, dunque, nel rischio di descrivere quadri prototipici poco affini alla realtà dell’individuo.

Tuttavia, se volessimo definire per grandi linee le modalità relazionali dei disturbi di personalità potremmo inquadrarle secondo le tre grandi divisioni dei cluster.

Il cluster A comprende il Disturbo di Personalità Paranoide, Schizotipico e Schizoide e si può manifestare attraverso modalità relazionali contraddistinte da eccentricità, stranezza e bizzarria. Spesso possono essere sospettosi, ritirati e ambigui.

Il cluster B include il Disturbo di Personalità Borderline, Istrionico, Narcisistico e Antisociale ed è connotato da modalità relazionali spesso drammatiche, emotive e teatrali. Solitamente possono essere caratterizzate da manipolazione, esibizionismo o ricerca di attenzioni.

Il cluster C comprendere il Disturbo di Personalità Evitante, Dipendente e Ossessivo-Compulsivo. Si costituisce da modalità relazionali spesso dettate da insicurezza e ansia.

I disturbi di personalità più diffusi, secondo le stime percentuali di prevalenza presenti nel DSM-5, sono il Disturbo di Personalità Schizoide (4.9%), Borderline (5.9%), Narcisistico (6.2%) e Ossessivo-Compulsivo (7.9%). I Disturbi di Personalità più gravi sembrano essere quelli del cluster B, ad eccezione del Disturbo di Personalità Antisociale. Nel complesso, secondo stime percentuali dello stesso DSM-5 circa il 15% della popolazione potrebbe presentare un disturbo di personalità. Non vi sono studi nazionali sugli aspetti epidemiologici di prevalenza nella popolazione generale dei DP. Malgrado ciò, uno studio europeo (Torgensen, 2001) ha attribuito una prevalenza del 13,4% (13 persone su 100) della popolazione generale all’insieme dei disturbi di personalità, del 3,1% al cluster B e dello 0,7% al disturbo Borderline.

Dobbiamo prendere atto che la personalità svolge un ruolo cruciale nella scelta di importanti condizioni della nostra vita. I tratti di personalità sono tra i più potenti predittori di una positiva relazione di coppia, di una condotta lavorativa adeguata e di un’amicalità soddisfacente. Pertanto, l’organizzazione dei tratti di personalità ha una forte influenza su ciò che pensiamo, proviamo e realizziamo.

Fortunatamente, i tratti di personalità disadattivi possono essere cambiati. È un lavoro che avviene gradualmente, ma numerosi studi evidenziano che questo è possibile. Negli ultimi decenni si sono sviluppate numerose psicoterapie focalizzate sui specifici disturbi di personalità riportando riscontri positivi per la loro efficacia, come la Schema Therapy di Jeffrey Young e la Dialectical Behavioral Therapy di Marsha M. Linehan. Consiglio, a chi ha a che fare con una persona affetta da un disturbo di personalità, di aiutarlo a comprendere la necessità di chiedere aiuto ad un professionista, poiché a volte non sono consapevoli della loro problematica, e di supportarlo nella scelta di un valido psicoterapeuta specializzato in questo genere di disturbi. Inoltre, lo strumento dell’analisi comportamentale con la persona con DP è per i membri della sua famiglia molto utile per individuare i fattori causa di stress e i determinanti ultimi di una possibile crisi. Qualora questa avvenga, quando cioè il comportamento del soggetto diventa pericoloso per sé stesso o per gli altri, si può contattare il 118 per un intervento immediato delle figure competenti.

In una situazione di abituale, nel complesso, recenti ricerche del 2015, effettuate da Nathan Hudson e Chris Fraley, suggeriscono che sostenere i pazienti affetti da DP nella costruzione di iniziative personali stimolanti e nella definizione di positivi e motivanti obiettivi individuali può aiutarli a sviluppare tratti più adattivi. Inoltre, Jule Specht e Christopher Soto, in differenti studi, hanno notato che lavorare e impegnarsi per condurre un’esistenza soddisfacente e ricca di significato, può favorire lo sviluppo di tratti di personalità funzionali. In ultimo, una ricerca di Brent Roberts, Joshua Jackson e Wieble Bleidorn sottolinea che l’acquisizione di un ruolo sociale può far emergere elementi di responsabilità e relazionalità che progressivamente possono integrarsi nella personalità rendendola più sana.

Invero, il supporto e il lavoro psicoterapeutico con uno psicoterapeuta qualificato è fortemente raccomandato per raggiungere efficaci risultati terapeutici.